La notte poco prima della foresta

Testo di Bernard-Marie Koltès

Regia di Juan Diego Puerta Lopez, con Claudio Santamaria

 

Buio, una voce insicura, alcune note di pioggia; luce, uno scorcio di ruderi di un palazzo demolito. E un individuo, uno “Straniero”. È un reietto, indubbiamente, ricurvo e stretto nel suo giaccone cencioso. Un reietto, e il suo flusso di coscienza continuo. Un’unica interminabile frase, a ruota libera, così tipico di molti poveracci che nessuno ascolta e che hanno tanto da dire. Da questo torrente di pensieri, senza alcun filo conduttore o tessuto narrativo, nasce il ritratto di una città notturna a lui ostile e di tanti nemici, gli “schifosi francesi”, gli “stronzi belli”, i “papponi e le puttane”e molti altri. Da un pensiero al successivo, l’unico elemento unificante è un forte sentimento misto di disperazione, rabbia repressa, odio, solitudine. E un gran bisogno di comunicare. Comunicare proprio l’incomunicabilità, l’atroce condizione di “straniero del mondo”, la rassegnazione ad una vita “di trincea”. Tra vaghi ricordi del passato e sogni infranti sul futuro. Sembra si rivolga a qualcuno, un giovane che “ha abbordato”, ma è davvero così?

Il nostro protagonista soffre molto per la sua condizione, ma al tempo stesso un imprecisato insieme di valori politici e morali sembra imporgli di non conformarsi, anzi di lottare a testa alta per la sua diversità rispetto al “gregge”. Una sorta di conflitto di interessi e bisogni, altro tema chiave dell’opera. Sembrerebbe che la parola sia dominatrice assoluta dello spettacolo, dacché a livello visivo non abbiamo che uno statico fotogramma straniante, inquietante. Ma insieme alla parola vi sono le emozioni. Le quali di tanto in tanto irrompono, nella monotonia generale del flusso di coscienza, fino a creare picchi di straordinaria veemenza poetica. Dopo averci fatto vivere, letteralmente, i suoi infimi bassifondi e la sua sofferenza, lo Straniero prorompe in un ultimo picco, il più violento. La parola non gli è più sufficiente, e inizia a picchiare con un pezzo di ferro la rete d’acciaio alle sue spalle, lasciandoci con il solo frastuono dei colpi e le scintille nel buio totale.

Quella di La notte poco prima della foresta è una regìa principalmente di luce: numerosi “ritagli luminosi” si susseguono scandendo i ritmi del lungo monologo dello Straniero, i cui spostamenti nello spazio corrispondono a precisi cambi di argomento, di emozione, di tono. La luce, poi, rivela nel palco alcuni dettagli – legati alle parole – prima celati. Di grande impatto il momento in cui tutto si fa buio ed il protagonista illumina il pubblico con una torcia elettrica, spostando il piccolo fascio di luce da un volto all’altro. Ma non è da omettere l’impianto sonoro: effetti d’ambiente, come il gocciolìo della pioggia o lo sferragliare di un treno, contribuiscono a stimolare l’immaginario nella creazione di un mondo quasi post-apocalittico, in cui i frammenti di pareti sparsi per il palco somigliano a lapidi di un cimitero. Infine la musica composta da Giuliano Sangiorgi, leader dei Negramaro, accompagna lo sfogo di Santamaria soprattutto nei momenti emotivi più alti, con la voce amplificata o in riverbero e ritmi sempre più incalzanti. È dunque uno spazio quasi palpabile, che lo stesso spettatore crea per sé, quello in cui si esprime Claudio Santamaria. Un flusso di coscienza lungo più un’ora è una prova d’attore che ben pochi possono dimostrare di saper sostenere, e l’attore romano vi riesce appieno.

“Stare nel personaggio” è finita per essere un’espressione inflazionata e banalizzata, tuttavia è la più appropriata per definire il merito del protagonista. Non solo Santamaria è sempre ben saldo “nel personaggio”, ma dimostra anche un’ottima padronanza dei cambi e della misura delle emozioni, dal patetico all’intenso attraverso innumerevoli diverse gamme.

In ultima analisi, ciò che più colpisce lo spettatore è forse questo susseguirsi di emozioni, piuttosto che la tempesta di parole. Si ha l’impressione che non conti tanto ciò che lo Straniero dice, quanto come egli riesca a scuoterci con la sua vicenda umana.

FILIPPO RUBINO

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