GOSPODIN

la parabola tragicomica dell’anti-establishment

 

Trama: Gospodin viveva come gli era più congeniale: fuori dal Sistema, con i soldi che raccattava girovagando con il suo lama domestico. Ma, allorché Greenpeace decise di portarglielo via, il nostro anti-eroe anti-establishment dovette pensare ad un altro modo per vivere “tenendo il capitalismo per le palle”. Mentre i suoi amici ed affetti lo abbandonano lasciandolo solo in un appartamento del tutto vuoto, Gospodin decide di imporsi un dogma di vita in cui il denaro e la proprietà sono categoricamente da rifiutare. Ma il mondo attorno a sé sembra complottare affinché non riesca nel suo intento. L’esito finale sarà quanto di più paradossale ed inatteso si possa immaginare.

 

Con: Claudio Santamaria, Valentina Picello e Marcello Prayer.     Diretto da: Giorgio Barberio Corsetti

Lo spettacolo è tratto dal Gennant Gospodin del trentaseienne tedesco Philipp Löhle, già noto all’estero per il suo stile assurdo e paradossale e per le tematiche anti-capitalistiche. La scelta di questo testo, da parte del regista, è nata dalla ricerca di qualcosa che parlasse schiettamente di un sentimento anti-sistema tutt’oggi di grande attualità, ma in maniera non realistica e permeata di poesia. Tutto considerato, non si può certo affermare che l’operazione non sia riuscita al cento per cento: lo spettacolo risulta molto fedele allo stile e ai leit-motiv dell’originale, pur presentando, nella recitazione, un’impronta decisamente più italiana. Una scelta che ha un effetto immediato: grazie alle inflessioni dialettali con cui viene ritratta una particolare fauna di personaggi grotteschi, finanche parossistici, il pubblico può sentire quelle vicende più calate nella propria realtà nazionale. Responsabili di questo sono gli interpreti Valentina Picello e Marcello Prayer, i quali, alternandosi tra narrazione extra-diegetica ed interpretazione dei personaggi di contorno, riescono a presentare la “società malata” rifiutata da Gospodin, conferendo alle varie scene il giusto ritmo e leggerezza scatenando una comicità spontanea e pressoché priva di soluzioni troppo facili.

Si ride, dunque, con il Gospodin, ma c’è anche molto nutrimento per il pensiero.

Considerata, dunque, la linea dello spettacolo – non realistica e tendente all’assurdo fino ad evocare Ionesco – ci viene presentata la favola di un uomo qualunque (“Gospodin” si traduce in “Signor” o “Mister”) che vuole testardamente vivere al di fuori di ciò che impone il Sistema. Partire è da escludere, il denaro non deve essere necessario, il concetto di proprietà è da rifiutare e perfino la responsabilità di dover prendere delle decisioni: questi sono i dogmi che Gospodin si auto-impone dopo essere stato abbandonato da tutti. Lo si vedrà, pertanto, alle prese con gli inconvenienti di tali scelte e con alcuni paradossi che il Fato sembra scatenargli contro, come il fatto che, proprio lui, si ritrova suo malgrado con continue offerte di lavoro ed una consistente somma in contanti. Proverà, senza successo, a disfarsene, ma si rifiuterà categoricamente di accontentare, con quei soldi, le pressanti richieste di tutti i suoi conoscenti. Infatti, se li donasse per tali futili o lucrosi scopi, non farebbe che contribuire alla proliferazione del Sistema che tanto odia. Tuttavia, grazie a quel denaro, affidatogli da un losco conoscente che troverà presto la morte, Gospodin avrà modo di conoscere l’unica realtà in cui può davvero vivere felice: il carcere. Il “paradosso ex machina” sarà proprio quello per cui, allo scopo d’essere del tutto libero, dovrà rinunciare alla libertà stessa. Ci lascia, Gospodin, ricordandoci come nel suo “nuovo mondo” vi sia tutto ciò che cercava: i soldi non servono, viene fornito di tutto ciò che gli occorre per sopravvivere e, soprattutto, non deve prendere decisioni.

Lo svolgimento della vicenda e il modo in cui si parla di questi temi sono stati, da alcuni, tacciati di semplicismo; forse dimenticavano di stare assistendo ad una vera e propria favola, o parabola,dell’assurdo: un’area naturalmente avulsa da intellettualismi e in cui la comunicazione avviene all’insegna, appunto, di chiarezza e semplicità.

A Claudio Santamaria, va il merito di essere riuscito a condensare tutto questo nel protagonista. L’attore romano non è affatto nuovo a personaggi e tematiche anti-sistema e radicali: dal film L’ultimo bacio allo spettacolo La notte poco prima della foresta di Bernard-Marie Koltès, si è più volte cimentato con il bisogno, del tutto umano, di sperimentare nuove soluzioni a quelle imperanti, e con le conseguenze che questo comporta sui personaggi. In Gospodin ha espresso tutto ciò in perfetto accordo con il quadro generale, con una recitazione spontanea, quasi ingenua, ben modulata tra momenti più ritmati ed altri più introspettivi. Il personaggio funziona perfettamente all’interno del meccanismo scenico in cui si muove: il regista ha, infatti, affidato l’intera resa scenografica a dei pannelli su cui vengono proiettate videoinstallazioni in graphic animation o video mapping. Saranno gli attori stessi a manovrare in scena tali pannelli, nel modo più consono al momento, contribuendo al mantenimento di una dimensione del tutto anti-realistica e visionaria. Oggigiorno lasciare agli interpreti il compito di manipolare la scena di fronte al pubblico è una tendenza molto comune, dettata troppo spesso da esigenze di budget, e pertanto può risultare fastidiosa nella sua artificiosità. In questo caso, grazie alla contestualizzazione generale, alle scelte di stile e alla capacità degli interpreti di fare in modo che il pubblico si dimentichi o trascuri tali artifici, il fatto semplicemente non sussiste.

D’altro canto le videoproiezioni, laddove possono essere talvolta superflue, altrove risultano molto efficaci nel descrivere dei “luoghi dell’anima” o delle ambientazioni reali, come nel caso che vede un intelligente trompe-l’oeil simulare il tavolo della sala visite del carcere. L’interazione tra proiezioni ed attori, in particolare con Santamaria, è altrettanto efficace e ben ideata nel contesto dell’opera. In conclusione, tutto questo fa di Gospodin uno spettacolo fedelissimo ai propri intenti, accattivamente e scorrevole, molto ben equilibrato e – in summa – davvero piacevole.

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