Baccanti

Di Euripide
Regia di –
Alberto Oliva

Dioniso, il dio che offre ai mortali l’oblio dalle pene quotidiane, nel suo viaggio di conquista dell’umanità trova la resistenza proprio di Tebe, la città greca che gli diede i natali. Adirato per l’insulto delle figlie di Cadmo e di re Penteo, che rifiutano di riconoscerlo come un dio e quindi piegarsi al suo culto, pianifica un’amara vendetta.

Ciò che in primis colpisce lo spettatore, all’ingresso in sala, è la scenografia: blocchi di televisori accesi e un circolare cerchio di luce proiettata in alto, al centro. Dal momento che nulla del testo di Euripide è stato modificato, è proprio questo particolare impianto scenico, unito ad un sapiente uso del video, ad illuminarci sul parallelo che la regia vuol sottolineare tra il potere dionisiaco e la scatenata influenza dei mass-media sulla società. Pertanto, quando i personaggi in scena parlano di baccanali e danze rituali, siamo abbagliati da coloriti loop di spot pubblicitari e scorci di programmi tv, che nel buio del teatro hanno un effetto ipnotico di grande impatto, grazie all’ineccepibile lavoro tecnico del duo Fannidada. Ma il rapporto con il medium video non si ferma qui: le immagini sugli schermi seguono con coerenza e perfetta sincronia le vicende della tragedia, le parole ed azioni degli interpreti. Ci mostrano ciò che non accade in scena, offrendo anche suggestioni esilaranti, come la tempesta di titoli giornalistici alla morte del Re e al crollo dello status quo tebano, proprio come nelle “orge di notizie” – vere o meno – cui siamo abituati ad assistere. Un altro occhio sull’esterno è l’alone situato in alto: qui viene proiettato il volto del Dio incorporeo e più tardi, con beffarda ironia, quello di Penteo prossimo alla capitolazione. Il Dioniso impersonato da Ivana Cravero è androgino, ambiguo, diviso tra dolcezza e crudeltà. Quando appare in bianco e nero, nell’“occhio” in alto, ha il fascino oscuro delle vamp dei vecchi film espressionisti, ed è adorato come una moderna rock star dalle due baccanti in scena, il cui tirso altro non è che un comune telecomando.
Il regista Alberto Oliva guida, come un buon direttore d’orchestra, questa “sinfonia” tra i passaggi degli attori e gli attacchi del video e delle musiche originali di Alessandro De Caro. Musiche, anch’esse puntuali, ben calibrate, funzionali all’idea di un moderno baccanale audiovisivo ed efficaci nella modulazione della tensione drammatica.

Nonostante la continua – ed alquanto odierna – stimolazione sensoriale, gli interpreti hanno il merito di riuscire a mantenere intatta l’antica forza della tragedia. La partecipazione del pubblico è mantenuta viva anche grazie alla mancanza della “quarta parete”: gli attori si rivolgono direttamente agli spettatori in quanto cittadini di Tebe, e talvolta si muovono tra le loro file gridando i loro “Evoè”. Durante la catarsi finale l’atrocità degli avvenimenti fuori scena è evocata dalla presenza di vera carne e vero sangue. Un modo per ricordare anche che dietro a ciò che ci appare come mere immagini distanti ed eteree ci sono corpi reali, troppo spesso martoriati.

In conclusione, lo spettacolo dei Benandanti è una coinvolgente delizia per occhi ed orecchie, ed una sottile critica su quanto la società odierna sia compromessa nel culto dionisiaco, rivisitato in chiave mass-mediatica.

FILIPPO RUBINO

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