A CORPO MORTO

Regia di Marco Sciaccaluga
Scritto e interpretato da Vittorio Franceschi

Finalmente. Questa è la parola che resta impressa subito dopo la visione di “A corpo morto”. Finalmente uno spettacolo non pretenzioso ma che parla al cuore di tutti, con la forza che solo la semplicità può avere. Finalmente un’interpretazione autentica e sentita, lontana dagli imperanti manierismi ed artificiosità teatrali. Finalmente un testo che fa riflettere e commuovere, senza però essere serioso, intellettualistico, pieno di stranianti forme auliche. Finalmente una vera opera d’arte teatrale, aliena dalla frequente e palpabile aura di operazione commerciale. Non ci sono vip ingombranti, non c’è politica a buon mercato. Non si cerca di sedurre lo spettatore, ma lo si coinvolge appieno, grazie ad un tema davvero universale, sviluppato sapientemente tra schietta ironia e lieve profondità.

Ci viene presentato un ambiente bianco e pulito, con pochi arredi e solo una finestra aperta da cui scorgiamo un albero spoglio. In questo particolare obitorio vediamo il “corpo morto”, allegorico ammasso di capi d’abbigliamento coperto da un velo scuro. Infine, alla nostra sinistra, una macabra parete con mensole ingombre di maschere, tutte diverse: un campionario di vicende umane che andremo presto ad esplorare.

Prologo: un indefinito personaggio ci parla con altrettanto indefinita, e indubbia, saggezza.

Ma lo fa anche con leggerezza, lasciandosi condurre dalle melodie di un pianoforte. Introduce al pubblico il tema dello spettacolo, la morte, con voce e movimenti soavi, a metà tra il distaccato e il partecipe. Sceglierà dal suo ampio scaffale cinque maschere, che lo trasformeranno in persone così autentiche, da farci dimenticare di essere di fronte ad un attore camuffato. Franceschi – interprete e autore del testo – attua tali metamorfosi in modo molto organico, senza nascondersi o utilizzare trucchi, ma con l’apparente ingenuità che ne caratterizza i comportamenti.

Assistiamo così a cinque storie sulla perdita di un caro che, nonostante possano essere molto lontane dallo spettatore, riusciranno a coinvolgerlo, rievocando inevitabili memorie personali. L’attore è molto bravo, in questi monologhi, a commuovere fino alla soglia delle lacrime, per poi “salvarci” dalla tristezza con una battuta ironica, sempre molto spontanea.

Tra un episodio e l’altro, l’indistinta entità senza maschera si diverte a ironizzare su stereotipi e banalità tipiche dell’argomento Morte.

Tra le molte parole schiette ci colpisce talvolta con profonde e incisive sentenze, come l’enigmatica frase dal sapore d’epitaffio che conclude l’epilogo dello spettacolo:“Molto dolore è meglio di poco amore”.

Raramente a teatro capita che il pubblico attenda con ansia la fine, per poter ripagare l’attore con i suoi più calorosi applausi, fino a farlo commuovere.

Ed è proprio ciò che è accaduto dopo “A corpo morto” con Vittorio Franceschi.

Filippo Rubino

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