La diatriba del “metodo”: parte II

Iniziare un training di memoria sensoriale significa, in primo luogo, ricostruire oggetti immaginari:

È importante che l’attore abbia delle cose concrete sulle quali concentrarsi. La concentrazione non può essere astratta […] implica il fatto che ci sia un oggetto al quale l’attore sia interessato. […] Quello che tu fai è definire l’oggetto […] La concentrazione su un oggetto implica il fatto di credeci, di vederlo così precisamente che ti convinci davvero, così che i sensi si risvegliano come fanno nella vita quando vedi un oggetto reale. […] Non appena mi pongo delle domande [circa l’oggetto in questione] di cui non conosco le risposte, sono incoraggiato a guardare davvero e a pensare davvero, e ne consegue la vera concentrazione. […] L’oggetto e la concentrazione che deriva dall’attenzione posta su di esso, è il materiale da costruzione di base del lavoro dell’attore […] producono un senso di fede, fiducia e coinvolgimento in ciò che si sta facendo. 

Gli oggetti di cui parla Strasberg possono essere di vari tipi: reali o immateriali, sensazioni rievocate come il caldo, il freddo o i suoni. Egli cerca di indurre l’attore a trovare da sé gli oggetti che più lo aiutano a trovare la “vera concentrazione”: «Una volta che l’attore è formato in modo che i suoi sensi rispondano prontamente ad oggetti o stimoli, egli è equipaggiato per poter scoprire da solo i particolari oggetti che serviranno a risvegliare la vera concentrazione in una situazione immaginaria».

All’atto pratico, ieri come oggi, questi esercizi consistono nel ricreare situazioni sensoriali semplici, partendo da azioni quotidiane. Uno degli esercizi tipici è il breakfast drink, ossia cercare di ricostruire le circostanze precise in cui beviamo la nostra usuale bevanda mattutina. Altri esercizi base implicano di indossare calze e scarpe immaginarie, ascoltare la propria canzone preferita, rievocare sapori forti come l’aspro o l’amaro. Man mano che la memoria dei cinque sensi si acuisce si passa alla creazione di situazioni sempre più complesse, come l’unione di più sensazioni nella medesima circostanza.

Lavorare con queste semplici realtà […] verifica se alla prova dei fatti l’attore avrà difficoltà nel creare delle realtà emotive e di altro tipo che non possono mai essere presenti, eccetto che attraverso la sua immaginazione. […] Gli esercizi elementari della memoria sensoriale hanno come scopo la massima padronanza del proprio equipaggiamento essenziale – il tipo di apparato sensoriale in grado di rappresentare a comando un evento.

Dopo un intenso allenamento per “risvegliare” i sensi e richiamare – quindi rivivere – infinite gamme di sensazioni, l’attore dovrebbe essere pronto a ricostruire le circostanze sensoriali di particolari esperienze emotive. Una volta rievocate le emozioni necessarie alla scena, l’attore deve essere in grado di esprimerle liberamente.

Due erano quindi gli obiettivi fondamentali del Metodo strasberghiano […] Rendere l’attore capace di disseppellire e rievocare […] le esperienze più intime da utilizzare nell’interpretazione dei personaggi. E allenare l’attore a sciogliere i blocchi espressivi che gli impediscono di manifestare i contenuti emotivi che ha rievocato. 

Fu qui che Strasberg incontrò molte resistenze, cui spesso seguirono polemiche al suo Metodo, accusato di volersi sostituire alla psicanalisi creando dei danni. Molti attori, tuttavia, riuscirono a disfarsi di certi blocchi emotivi grazie all’esercizio del “momento privato”: l’interprete in questione doveva riprodurre in pubblico una situazione di assoluta privacy, come se si trovasse da solo nella propria stanza.
Parentesi: “Clurman scorgeva nel Metodo più una terapia che una forma d’arte, Lewis accusava Strasberg di usurpare il ruolo dello psicanalista, mentre parecchi psicanalisti manifestavano con estrema ingenuità un interesse professionale per quanto avevano udito dire che capitava all’Actors Studio. Strasberg non si stancava mai di ripetere che il suo Metodo era soltanto un procedimento diretto alla formazione artistica dell’attore, e consigliava quanti avessero problemi d’altro tipo di rivolgersi senz’altro a un dottore.”

L’attore che si accinge per la prima volta a lavorare sul richiamo di una memoria emotiva viene solitamente invitato a rievocare una situazione emotiva molto forte, legata alla sua infanzia. Le unità temporali per le memorie emotive sono convenzionalmente divise in: infanzia, adolescenza, età adulta. Di solito si comincia con l’infanzia perché: «più la memoria va indietro, meglio funziona per l’attore. Più vecchio è il modello di condizionamento, più grande è la sua tendenza a funzionare continuamente e senza cambiamenti. E più vicina nel tempo è l’esperienza, più grande è la sua tendenza a cambiare con l’uso, in scena.».

Lo scopo del training per la memoria emotiva è di essere in grado di ripetere l’emozione ogni volta che sia richiesta, in maniera non inconscia ma derivante da un profondo allenamento alla ricreazione sensoriale di situazioni emotive da rivivere in scena. A questo scopo l’attore, una volta scelte le esperienze passate che possono consentirgli di provare l’emozione adeguata, deve analizzarne ogni elemento sensoriale ed individuare un suono, un oggetto e un colore specifici, che possano fungere da “ancora” al ricordo. Lee Strasberg era solito ripetere che ogni essere umano adulto reca in sé tutte le esperienze adeguate alle varie necessità: se risulta difficile trovarle, vanno semplicemente cercate più a fondo, oppure vi si accosta l’esperienza con l’emozione più prossima.

Questo breve excursus non intende affatto affermare che il Metodo Strasberg sia, generalmente, “migliore” di altre pratiche. Ciò che conta davvero è il risultato, e Hollywood ha sancito l’efficacia dell’uso della memoria emotiva per la velocità con cui fornisce gli effetti desiderati.

Il Metodo divenne oggetto di accese polemiche e discussioni, per poi essere completamente assorbito sia culturalmente che artisticamente e trasformarsi in un canone […] Privato delle sue iniziali asperità e dei suoi “eccessi” stilistici, è diventato la tradizione americana, una sorta di marchio di fabbrica […] Oggi può indicare quel particolare modo di recitare tipicamente americano, quel naturalismo venato di psicologia di forte presa sul pubblico, che nel cinema ha trovato un luogo ideale d’espressione. Una sapiente ricetta in cui si incontrano mestiere e grande business. […] Forzando i termini della questione, si potrebbe dire che il Metodo e il cinema hollywoodiano siano in qualche modo la stessa cosa, […] le esigenze dell’uno e le proposte dell’altro coincisero quasi perfettamente. 

È fuor di dubbio che tutt’oggi esistano altre ramificazioni del Sistema di Stanislaviskij e che siano seguite da molti attori; tuttavia la pratica delle memorie emotiva e sensoriale viene insegnata in diverse scuole come parte delle fondamenta necessarie al mestiere, senza farne il fulcro di tutto un metodo recitativo. Ma questa è la tesi che vorremmo sviluppare: allo scopo di creare una performance veramente credibile ed intensa in una condizione vuota e talvolta “asettica” come certi palchi, sale di doppiaggio, il volume del Performance Capture, un’ottima capacità di rievocazione sensoriale – allo scopo di ricostruire e “vivere” oggetti immaginari e trarre emozioni dalla pura immaginazione – risulta essere un requisito essenziale, che in un certo senso riporta persino la recitazione cinematografica del XXI secolo a pratiche recitative tipicamente teatrali.

In conclusione:

Non si tratta di una questione di efficacia o “bontà” di un metodo recitativo piuttosto che un altro, dal momento che – nonostante grandi divergenze – «tutti questi elementi ricorrono nella pedagogia di tutti e quattro i trainer [i maggiori ex-membri del Group Theatre: Lee Strasberg, Stella Adler, Robert Lewis e Sanford Meisner], sebbene con diversi accenti e sfumature […] Né risulta agevole distinguere l’attore adleriano da quello strasberghiano o meisneriano, anche perché spesso gli attori passavano [e passano, ancora oggi] da un insegnante all’altro, sfruttando le diverse visioni a seconda delle esigenze del momento».

FONTI:

Mel Gordon, Il sistema di Stanislaviskij,

Lee Strasberg, Lezioni all’Actors Studio, Paolo Asso (a cura di).

Mariapaola Pierini, Attori e Metodo.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: